Biografia

A chinese lion statueUn giorno durante un colloquio presso una Casa editrice la responsabile mi ha chiesto: “Perché scrive?”

Dopo un attimo di smarrimento ho risposto: “Forse perché ho letto molto.” Una risposta stupida a una domanda che non mi aspettavo. In realtà non ci avevo mai pensato. Perché scrivo? Semplicemente perché ho sempre scritto. Non me lo sono mai chiesto perché scrivere è stata sempre una cosa normale come leggere, bere o mangiare. Alla risposta stupida la dottoressa ha fatto un grande sorriso e ha apprezzato. Contenta lei …

Come tutte le persone che amano piangersi addosso ho cominciato con lo scrivere poesie. Ed erano belle, le sentivo come mie creature e dopo qualche anno, alle sei del pomeriggio di un inverno che non mi capiva, le ho prese tutte e quaranta e le ho rilette seduto davanti al caminetto e ancora le ho trovate bellissime. E le ho gettate nel fuoco.

Più avanti ne ho scritte delle altre, ancora impazienti di trovare la medesima sorte. Alcune sono state pubblicate sulla rivista milanese Alla Bottega e su quella isolana S’Ischiglia. Ho vinto perfino un premio al Concorso Letterario Marmilla con una giuria presieduta dall’accademico dei Lincei Giovanni Lilliu. Sì, insomma, il padre dell’archeologia sarda.

Avevo un sogno: tradurre le poesie del poeta turco Nazim Hikmet in lingua sarda con una prefazione di Joyce Lussu. Un sogno che non ho realizzato soprattutto perché fin da piccolo i miei genitori mi hanno detto che non bisognava parlare in sardo. Con la conseguenza che ho sempre pensato in italiano. L’ipotetico volume di venticinque poesie si è arenato dopo la quinta.

Non sono un grafomane ossessivo, ma la voglia di scrivere è stata costante. Perfino nei cinque anni trascorsi in una fabbrica ho sempre scritto e almeno due volte alla settimana apparivano sulla bacheca lunghi comunicati sindacali. Poi ho scritto per il periodico Il Solco e ho fatto il corrispondente per un giornale politico di Firenze. Il lavoro di giornalista l’ho svolto sempre on the road, com’è giusto che sia.

La Nuova Sardegna e L’Unione Sarda mi hanno dato tanto e io gli ho ricompensati col sangue. Ma fare il giornalista significa VIVERE. È un’esperienza che arricchisce: conoscere i drammi delle persone, le loro aspirazioni, i loro tormenti interiori che invariabilmente terminano con la raccomandazione … ma questo non lo scriva. Non gli ho mai traditi.

Come giornalista che ha scritto oltre settemila articoli credo di vantare un record: ho avuto a mio carico solo una denuncia. La notizia incriminata era che a Casa Serena agli anziani veniva servita carne avariata. Un giudice del tribunale di Sassari mi ha assolto.

Non sono comunque mancate le soddisfazioni: spesso con gli articoli di giornale si risolvono problemi anche gravi. Ma ci sono anche i riconoscimenti che, seppure veniali, fanno sempre piacere, come nel ’98 quando al XXXIII concorso del Premio Iglesias mi è stato assegnato il Premio Speciale di Giornalismo per una serie di servizi sul pianeta droga. Una cerimonia stupenda dove è stato premiato anche Tiziano Terzani, poco tempo prima che facesse il suo maledetto Ultimo giro di giostra. Una commozione che, nella sala compressori di una miniera di Iglesias, si è accentuata quando la Brigata Sassari ha cantato con orgoglio il proprio inno.

Strada facendo mi è capitato di scrivere racconti d’amore e storie crudeli, ma le più surreali, le più incredibili sono tratte da episodi di cronaca realmente accaduti.

Comunque, tutti quei personaggi, morti o vivi, semplici o criminali, mi ballano ancora attorno. E mi fanno compagnia.

Le mie passioni? Il mare, l’Arte (una o due volte l’anno mi piace anche dipingere), l’archeologia, i film di Scorsese, giocare a pallone, almeno fino a quando non mi sono spaccato un ginocchio e una caviglia.

Venendo alle cose serie. I miei autori preferiti? Edgar Allan Poe, Alberto Moravia e Gabriel Garcia Márquez. Dalla loro letteratura ho cercato di assorbire quanta più linfa è stato possibile. A parte i classici (inutile fare l’elenco), quelli più gettonati negli ultimi anni sono stati Michael Connelly, Jeffery Deaver, Nicholas Sparks che con il suo romanzo Tre settimane, un mondo è riuscito a farmi versare più di una lacrima. Non mi capitava da quando avevo dodici anni e lessi Incompreso di Montgomery Florence. Lascio per ultimo John Grisham, un mito, almeno fino a Il Broker perché con gli ultimi romanzi devo dire che mi ha deluso. Fra i grandi non posso non citare Emilio De Marchi che resta un’icona da venerare come precursore del genere noir con la sua opera memorabile Il cappello del prete del 1887.

E veniamo a noi. Orchidea mortale non la catalogherei in un genere preciso. La verità è che volevo raccontare una storia che, dipanandosi, ha assunto sfumature noir. È ambientato in Sardegna, con alcuni flash delle sue bellezze naturali. Ma niente aspetti folcloristici, niente parole in sardo, niente termini ridicolmente italianizzati, niente cognomi tipo Puddu, Brundu o Matuzzu. È ora di finirla con gli stereotipi con cui alcuni autori ancora oggi continuano ad autocompiacersi all’insegna del Io sono sardo. Verrebbe da dire: E chi c… se ne importa!

Sulla scelta di ogni singolo nome e cognome impiego giorni. Per Orchidea mortale ho preso un elenco di cognomi, che mi sembravano adatti, dal tabellone dei risultati degli esami di maturità in un Liceo. Poi ho fatto una prima scrematura, quindi ho cercato di abbinare il cognome al carattere del personaggio, ad esempio Pigozzi mi sembrava potesse reggere a un carattere tosto come quello dell’ispettore. Infine ai cognomi ho accompagnato il giusto nome facendo in modo che tra loro non ci fossero inceppamenti e che non si scontrasse con la fisonomia del personaggio.

Il romanzo l’ho scritto di getto qualche anno fa a luglio in tre settimane: al mattino al mare e dalle cinque alle nove a scrivere, rigorosamente con la Paper Mate Flexgrip biro nera su bloc-notes a quadretti (quelli grandi però). Scrivo sempre con la penna perché i pensieri dalla mente arrivino sul foglio in un percorso fluido che passa nelle arterie e confluisce nell’inchiostro della penna divenuta parte integrante della mano. La tastiera interrompe il flusso. È un metodo che ho usato anche per altri romanzi e racconti. Finito il manoscritto arriva il momento della copiatura sul computer. Lo so! Una vera rottura, ma non ho una segretaria. In questa fase non posso fare a meno di correggere gli errori più evidenti. Una volta che il manoscritto diventa file arriva finalmente il lavoro di ricerca e quindi di revisione del testo: sfoltimento, aggiunte, taglia e incolla di certi paragrafi, se non di interi capitoli. Poi si fa una stampa e le pagine si arricchiscono di annotazioni e ulteriori correzioni. Si torna al computer e si ricomincia daccapo cercando sempre di mantenere il giusto ritmo musicale. Il lavoro dura diversi mesi, preferibilmente in autunno. Ma da dove nasce l’idea? Semplicemente seduto a un tavolo a pensare. Nessuna ispirazione. Penso che neppure possa esistere la dritta che ti arriva dal cielo. Una volta che si è pensato a una storia bisogna occuparsi dei personaggi, farli nascere, poi farli vivere nell’intreccio svelando gradualmente il loro passato, e infine lasciarli al loro destino e se è necessario farli morire. Cosa che nei romanzi gialli e noir non è difficile che accada.

Se il lavoro di revisione della stesura dura mesi, quello relativo alle correzioni e alla pulizia del testo non finisce mai. Si rilegge e c’è sempre qualcosa che non va: una sintassi sbagliata, una parola che stona, più di tre virgole in una frase: allarme rosso, troppi avverbi che finiscono in …mente, meglio eliminarne.

Voglio svelare ai lettori di Orchidea mortale un aneddoto. Pochi giorni prima che andasse in stampa mi sono svegliato con una domanda: “Ma le orchidee in che periodo fioriscono?” “Nei mesi di aprile e maggio” mi sono risposto. Ma io il racconto l’ho ambientato da settembre in poi… Il tempo di sbarrare gli occhi e di infilarmi un boxer ed ero al computer. Ho cercato un personaggio e gli ho suggerito di dire che nella zona del Marganai le orchidee possono fiorire anche in settembre. Voi non credeteci. State tranquilli: le orchidee spontanee continueranno a fiorire in primavera. Per un momento ho pensato anche di ricostruire l’ambientazione nel periodo primavera-estate, ma i personaggi si sono subito ribellati, soprattutto quelli ormai abituati alle cupe atmosfere. “Con le tragedie che ci hai addossato preferiamo la nebbia, l’umido e le giornate corte.” Mi sono arreso: avevano ragione loro.

In extremis, quindi, mi sono salvato da un errore grossolano. Stavo facendo la fine di Ildefonso Falcones che nel suo bellissimo romanzo La cattedrale del mare, ambientato nel medioevo, descrive un pranzo in cui risalta una pietanza a base di patate. Peccato che l’ortaggio verrà importato in Spagna dall’America diversi secoli dopo.

Le correzioni vanno avanti fino al giorno in cui ti dicono: domani andremo in stampa. Allora ti arrendi e abbandoni il romanzo al suo destino. E non resta che pregare sperando che quella creatura non ti inganni e sia ben voluta dalle persone che incontrerà nel tempo. Tutto quello che c’era da fare è stato fatto. Ma, soprattutto, si è adempiuto alla cosa più importante: essere onesti coi propri lettori. L’opera può piacere o non piacere, ma chi legge non perdona lo scrittore che non ha creduto, lui per primo, a ciò che ha scritto.

Nel romanzo ho cercato di creare un’atmosfera fatta anche di luce, preminenza di esterni su interni, qualche spruzzo di ironia, colori, profumi e niente fiumi di sangue o abuso di parolacce. Ho cercato di mantenere un certo ritmo nella narrazione dall’inizio alla fine. Ho ritenuto opportuno sostenere l’azione dei personaggi e i dialoghi con brevi descrizioni perché, anche se a qualcuno non piace, sono convinto che Aiuto! si possa esprimere almeno in dieci modi diversi e un romanzo non è un film dove ci sono gli attori che recitano con i loro toni e i loro gesti. Infine, per quanto è possibile, ho cercato di rispettare la struttura ternaria (che Aristotele non me ne voglia).

Da dove hanno origine questi brevi cenni di biografia sulla cui funzione ho qualche perplessità? Dopo l’uscita del romanzo mi hanno chiesto di scrivere qualcosa di autobiografico che apparirà in un sito Internet che neppure conosco. Credo che l’abbiano fatto per il mio bene. Se è così li ringrazio. Così come voglio ringraziare quei pochi che hanno avuto la pazienza di arrivare fin qui. A tutti i lettori un saluto con sincero affetto.

Martino Piras

Iglesias, 26 Luglio 2008