Minatori a Monreale
I minatori polacchi salivano
sudore e fango
dall’utero infernale.
Muti sfilavano
come stanchi eroi
scaricando dentro baracche enormi pesi
di fatica e rabbia.
Straniero il pane conquistato
l’ora di luce e il vino.
La montagna ferita
adesso tace.
Canta la pietra
carambolando nel pozzo
che ha smesso
d’inghiottire eroi.
Il vento raccoglie
gli ultimi lamenti
di ferri arrugginiti
e valli di cisto coprono
orme di giganti buoni.
L’ultimo grido
L’ultimo sguardo
fu per l’assordante e cieco schianto
dentro torri di vetro
costruite con sudore e sangue.
Eccezioni mentali
a conferma di popoli
complici di mostri
programmano guerre stellari
per cosmici poteri.
L’ultimo grido fu della bestia
che maledì
l’umana mente.
Tornerò
Tornerò sulla spiaggia
dove crescono gigli di mare,
dove la sabbia si rifugia
tra le pagine d’una cronaca
di morte annunciata
e onde mosse dal vento
ti riempiono gli occhi d’azzurro.
Tornerò quando i viali di mimosa
s’accendono come cascate di malinconia
e l’ombra fresca dei pini
accoglie i tuoi sorrisi.
Tornerò al limitare dei lentischi
e oltre, dove il lieve pendio delle ginestre
scopre torri spagnole
che scrutano lidi africani.
Tornerò con te
a stendere sulla dorata spiaggia
asciugamani di speranza
e parole senza senso
che saltano giocose fra raggi di sole
e ballano nella profumata brezza
e si posano appagate sulle tue labbra.
A Vincent Van Gogh
Tu che cercasti la verità
nelle fredde miniere del Borinage
troveresti uomini
che non sanno di mulini a vento
ma tristi ricordi e dolci speranze
serbano dentro solitari scialli neri
in attesa su spiagge lontane.
Tu che alla soffice neve di Arles
affidasti il tuo tormento
aggrappandoti all'innocenza
dei tuoi ridenti girasoli,
oggi vedresti le nostre viti sanguinanti
ricamare trame di filo spinato straniero.
Non più campi di grano a luglio,
solo voli di corvi son rimasti qui
dove superbi nuraghi sfidano ancora
gli umani silenzi.
Avevo un sogno: tradurre le poesie del poeta turco Nazim Hikmet in lingua sarda con una prefazione di Joyce Lussu. Un sogno che non ho realizzato soprattutto perché fin da piccolo i miei genitori mi hanno detto che non bisognava parlare in sardo. Con la conseguenza che ho sempre pensato in italiano. L’ipotetico volume di venticinque poesie si è arenato dopo la quinta.